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MODENA 8 settembre 2007 Pavarotti e la Ghirlandeina Era il novembre del 1983 quando, giovane studente di Conservatorio e collaboratore della Corale Rossini, ricevetti da Luciano Pavarotti, amico di mio padre, la richiesta di mettere su carta pentagrammata la canzone in dialetto La Ghirlandeina che i modenesi cantavano, abbinandola alla musica di una celebre 'canta romagnola' di Martuzzi. Rimasi entusiasta della proposta e lavorai intensamente per fornire al più presto il mio primo lavoro musicale importante. Dopo alcuni giorni mi presentai a villa Pavarotti, consegnando alla signora Adua, moglie del tenore, il manoscritto dell’elaborazione musicale per solista, coro e pianoforte. Nel gennaio dell’anno successivo, mentre il grande tenore era a Ginevra per incidere il disco Mamma con gli arrangiamenti orchestrali del famoso Henry Mancini, invitarono un gruppo di coristi della Rossini da me istruiti e diretti per registrare la canzone modenese.
L’emozione fu grande: eravamo schierati dietro l’orchestra della Svizzera Romanza e io, davanti al coro, dovevo riportare il tempo del direttore d’orchestra per far si che la sincronia fosse perfetta: gli ingegneri del suono inglesi, dopo aver ultimato i controlli sui volumi, ci diedero il via e noi intonammo il ritornello a voci scoperte senza orchestra.
Nei mesi successivi, a causa di una indisposizione del maestro di Pavarotti, fui convocato per accompagnarlo al pianoforte nel ripasso dell’opera Norma di Bellini, che, a breve, avrebbe dovuto incidere e partecipai all’incisione di un’altra canzone popolare modenese la Giana, che il tenore volle registrare assieme a suo papà Fernando, ma che non fu mai pubblicata e giace tuttora negli archivi della Decca. L’ultimo contatto che ho avuto con “Big Luciano” è stato telefonico, nell’aprile di quest’anno quando rispose in dialetto alla mia domanda sulla sue condizioni con queste laconica frase: “Sa vot mai, a sun chè che aspèt ed murir”.
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